Terzo capitolo. La ragazza arriva al campo.

3. Sguardi

Quando ebbero finito, gli uomini la legarono e la condussero via, dopo averla coperta con una stoffa sudicia.

«Miseriaccia, questa sì che è stata una giornata! Sbattersi una vergine, mi ha fatto dimenticare persino la nebbia.»

L’uomo calvo continuava a stirarsi le braccia come se avesse fatto jogging. Il giovane, indifferente in viso, ridacchiava tendendo appena le labbra.

«Ernesto, la prossima volta che lo facciamo voglio essere io il primo.»

«Ehi! Non è sempre domenica!»

Si girò verso la ragazza e le strizzò il seno, facendola gemere. «Vero bella?»

E scoppiò a ridere mostrando una fila di denti giallastri. «Scommetto che le è piaciuto.»

Il giovane tirò le corde che le stringevano i polsi in una morsa, facendola incespicare in avanti.

«Guardala Tommy, è già piegata per prenderlo di nuovo» la schernì Ernesto.

«Che vacca» disse Tommy tirandole uno schiaffo per il puro gusto di farlo. Percuotendola provava un godimento erotico: il sadico piacere che provava sempre quando commetteva un’azione turpe.

«Non picchiarla troppo, se no piange.»

«Hai ragione, non lo faccio più» disse il giovane piagnucolando come se provasse del rimorso, poi le tirò un pugno nello stomaco.

La ragazza non sentì quasi il colpo. Il dolore che aveva tra le cosce la trascinava in un pozzo nero, imprigionandola tra le sue pareti circolari che ripetevano la scena della violenza subita, gridando troppo forte affinché lei potesse parlare. I suoi sensi erano attutiti, ottenebrati dallo sconvolgimento della mente.

«È diventata muta, beh, tanto meglio se non parla» disse Ernesto.

La ragazza cadde in ginocchio. Tommy la fissò con il suo viso di porcellana, gli occhi che sembravano due fessure su una maschera, due spicchi di luna riflessi su un oceano di scherno.

«Avanti» ordinò strattonandola «c’è ancora parecchia strada.»

La ragazza si rialzò, meccanicamente. Lo shock l’aveva affogata in se stessa. Camminava senza rendersi conto di ciò che le accadeva intorno: la nebbia fitta, il terreno sconnesso e umido, gli alberi radi e spogli che emergevano per poi subito risprofondare nel bianco. Su una parete di massi grigi le parve di intravedere delle grosse conchiglie a spirale, ma per la maggior parte del tragitto tenne gli occhi socchiusi, come narcotizzata da un’oppressione che non voleva lasciarla.

Gli uomini la schernivano di tanto in tanto, giusto per ricordarle che era un oggetto in loro possesso, poi parlottavano tra loro, confrontandosi sul sentiero da prendere o bestemmiando contro la nebbia.

«Tommy,» disse il vecchio a un certo punto «non diciamo agli altri dove l’abbiamo trovata, può darsi che sotto quell’apertura ci siano altri resuscitati, non voglio che ci soffino il divertimento.»

«Tranquillo, terrò la bocca chiusa.»

«Bravo il mio ragazzo.»

Il vecchio tirò una boccata, come se stesse fumando una pipa invisibile.

«Se non ci fosse il complesso sotterraneo a portare un po’ di carne fresca, non so come avrei fatto. Senza sesso gli

uomini finiscono per ammazzarsi a vicenda.» «Sei un filosofo» ridacchiò Tommy.

Ernesto lo prese come un complimento.

«Ascolta il vecchio Ernesto: con pancia piena e palle vuote gli uomini sono tutti filosofi.»

Dopo circa quindici minuti di cammino, la nebbia lasciò il posto a un muro di cemento alto quattro metri, chiazzato di vernice come se fosse stato spruzzato con delle bombolette e poi ripulito. Gli uomini lo aggirarono fino a trovare un cancello costituito da due lastroni di ferro arrugginito.

Il vecchio picchiò il pugno contro il metallo, gridando perché gli aprissero. Ci fu un suono tintinnante di chiavi e i cardini stridettero come un animale morente. «Bentornati» disse un uomo vestito con un lungo soprabito militare mezzo stracciato. In mano stringeva un groviglio di tubi cristallino, che spiccava tra gli stracci per la sua lucentezza sorprendente. All’interno sembrava ci fosse del liquido.

«Guarda cosa abbiamo qui, Rigo» disse il vecchio ostentando la sua preda.

«Ne serviva proprio una nuova, Toska e la giapponese stanno tirando le cuoia.»

«Poco male, erano due cagne buone a nulla.»

«Dove l’avete trovata?» domandò Rigo, mentre Ernesto spingeva all’interno la ragazza.

«Non sono fatti tuoi. Tu te ne stai qui al calduccio, mentre noi rischiamo la vita nella nebbia.» La guardia si accigliò.

«Comunque dovete riciclarla subito, sapete le regole.» Tommy porse lo zaino a Rigo, che lo controllò.

«Avete trovato poca roba. Tutta qui la caccia?»

«Domani faremo di meglio. Siamo incappati in alcune trappole» grugnì il vecchio. La guardia annuì, lasciandoli passare.

«Andiamo, Tommy.»

Il vecchio fece segno al suo compagno di seguirlo. All’interno del cortile la nebbia era rada. Un edificio squadrato in muratura si alzava di fronte a quelli che sembravano i resti di una centrale elettrica. Ai cavi spezzati, alle reti sfondate e ai trasformatori, si aggrappava una pianta spinosa e contorta, sviluppata orizzontalmente come un filare di rovi. Le foglie e i rami ricordavano quelli ruvidi delle zucche, e si estendevano per tutta la larghezza del cortile. Alcune donne seminude dall’aspetto smunto e dalla pelle pallida potavano i viticci attorcigliati ai bulbi e agli isolanti. Si muovevano lentamente, come se stessero per crollare dal sonno.

La ragazza fu condotta verso l’edificio in muratura costeggiando i rovi. Un tappeto di spine cadute le pungeva le piante dei piedi. Passò accanto a una vecchia grinzosa dal seno cadente e dal corpo coperto di cicatrici. Quando questa la vide, lasciò rotolare a terra un frutto simile a un melone.

Un uomo dei capelli biondi a spazzola che era di guardia tra i filari la raggiunse e gridò: «Cosa fai lì impalata? Continua a lavorare».

Stancamente la donna si chinò, muovendosi con una lentezza infinita. Raccolse il melone senza staccare gli occhi dalla ragazza: aveva uno sguardo vacuo, malsano, sfumato da una tristezza esaurita, come quella di un moribondo che supplica un poco di sollievo.

«Allora, ti dai una mossa oppure no? Vecchia deficiente!»

L’uomo biondo le diede un calcio, facendola finire con la faccia nel terreno fangoso.»

La vecchia si rialzò puntellandosi sui gomiti, come una tartaruga ferita. Continuò a fissare la ragazza, che ebbe un brivido di sgomento e rispetto. Era come se un’allucinazione più grande e potente scalzasse la sua.

«Smettila di guardare in giro e lavora!»

L’uomo biondo bestemmiò. La vecchia si alzò con gli occhi ancora fissi sulla ragazza. Si vedeva che era una posizione alla quale il suo fisico non era più abituato. L’aveva assunta per dimostrare qualcosa che non poteva comunicare con le parole, un dialogo di nobiltà iscritto nella compostezza di un movimento strenuo, un’autodeterminazione che nessuno schiavista avrebbe potuto cancellare. Fu in quel momento che la ragazza intravide nel suo sguardo una fierezza e un’energia che andavano oltre la tribolazione e il martirio. Era un’occhiata incredibilmente nobile nel suo mutismo. La ragazza ne rimase impressionata.

L’uomo biondo prese il congegno tubolare e spruzzò il liquido che conteneva sulla vecchia.

«L’hai voluto tu» disse sprezzante.

All’inizio non successe nulla, era come se fosse stata bagnata con dell’acqua, poi il corpo della donna incominciò a ribollire. L’acido la corrose, trasformandola in una poltiglia sanguinante, che in pochi secondi si mescolò al fango. La vecchia non poté nemmeno urlare. Tommy ne fissò i resti, sbigottito ed eccitato.

«Mio Dio…» mormorò Ernesto «dovevi proprio farlo? Non potevi limitarti a picchiarla?»

«Era una vecchia inutile, e poi lei era mia» rispose l’uomo biondo, furente. «Decido io come comportarmi.» Ernesto contorse i lineamenti in una maschera di sdegno.

«Visto che era tua, sta a te pulire, prima che il sangue contamini le coltivazioni» disse seccamente. L’orrore di quello spettacolo gli fece allentare il laccio che stringeva la ragazza, e lei ne approfittò per fuggire.

«Maledetta, fermati!»

Lei sapeva di non avere scampo. Corse solo poche decine di metri, poi scivolò sul suolo melmoso. Il vecchio le fu subito addosso.

«Infima cagna!»

Le tirò una serie di calci con i suoi scarponi.

«Dovrei sbatterti di nuovo tra il fango, così impareresti come ci si comporta.»

Un colpo particolarmente forte sferrato all’inguine, la fece svenire per il dolore.

«Tommy, prendila» ordinò Ernesto, ansimando per lo sforzo.

Il giovane se la caricò sulle spalle, la pelle bianca della ragazza era interamente coperta di fango.

«Ernesto, stai facendo eccitare Tommy, lo sai? Picchiala ancora» ridacchiò l’uomo che aveva ucciso la donna anziana.

Tommy gli urlò di rimando una serie di oscenità, infuriato. «Adesso vengo lì e ti ammazzo.»

«E dai… l’ho fatto per te, lo so che ti ho fatto divertire.»

«T’ammazzo!»

Il vecchio lo trattenne. Lo afferrò per una manica e tirò Tommy verso l’edificio centrale.

«Psicopatico pazzo…» digrignò tra i denti appena furono lontani «Tra te e lui non so chi sia il peggiore.»

Tommy abbassò gli occhi, Ernesto conosceva le sue inclinazioni. Era l’unico che poteva capirlo.

«No, non siete uguali… Tu ti attieni alle regole, mentre lui no. È già la terza che uccide questa settimana» continuò il vecchio. «Non si accontenta di stuprarle. È un sadico per cui non esiste cura.»

«Dovrei ammazzarlo davvero» aggiunse il giovane, osservando il biondo che tornava verso il centro dei filari. Le donne intorno a lui strappavano rami secchi come se non fosse accaduto nulla.

«Non mi piace come stanno andando le cose» disse Ernesto.

«Forse dovremmo raccogliere le nostre cose e andarcene per sempre.»

Il vecchio gli scoccò un’occhiata gelida.

«Toglitelo dalla testa, Tommy, se non vuoi finire come gli altri. Facciamo il nostro dovere, divertiamoci quanto basta e un giorno saremo fuori di qui. Se a Marzio piace tanto il sapore della morte, vedremo di accontentarlo.»

Il vecchio ridacchiò con la sua voce lurida e catarrosa. Un lampo di complicità passò tra i due uomini. Ernesto aprì la porta dell’edificio centrale. All’interno c’erano una serie di locali dai muri scalcinati e dalle finestre rotte. Tommy schiaffeggiò la ragazza per farla rinvenire, non aveva intenzione di portarla in spalla fin su dalle scale.

In bilico tra sogno e realtà, la ragazza strascicava un piede avanti all’altro, lasciando delle impronte sanguinanti sugli scalini coperti di linoleum. Attraverso le pareti filtravano dei suoni metallici e un vociare concitato, nell’aria c’era odore di petrolio. Aveva la pelle d’oca e i denti le battevano senza che se ne rendesse conto. Il freddo era molto più forte, lì dentro.

Entrarono in un salone dalle finestre murate. Appena Ernesto vi mise piede, si accese una luce rossa soffusa che incorniciò il soffitto. Macchinari neri dai lunghi cavi gommosi affollavano le pareti. Tra essi si facevano largo una serie di lettucci. La ragazza notò una serie di strumenti acuminati, aghi e lame per ossa, e che i materassi erano macchiati di una sostanza nera. Sangue. Un’ondata improvvisa di terrore la risvegliò dalla sua condizione allucinata, instillandole abbastanza forza per tentare di fuggire di nuovo.

Tommy la intercettò immediatamente. La spinse su un lettino e la bloccò con il suo peso.

«Buona…» sibilò amabilmente.

Ernesto le legò le caviglie con lacci di cuoio. Tommy le fissò i polsi e poi le passò la mano sul sesso. I suoi occhi brillavano umidi di eccitazione sul viso pallido quanto l’alabastro. Quello che era successo con Marzio lo aveva eccitato davvero.

«Cosa volete farmi?»

Il vecchio sollevò le sopracciglia, mentre lei cercava di divincolarsi con le energie rimaste. Ogni movimento però le trasmetteva una fitta di dolori nei punti in cui era stata percossa.

«Allora non sei muta.»

Tommy prese un cerchietto di acciaio munito di viti e numerosi fili.

«Diventerai un corpo riciclato come gli altri» disse con semplicità.

«Perché mi fate questo?» pianse la ragazza.

Il giovane le fissò il cerchietto alla testa, poi incominciò a stringere le viti sulle tempie. La ragazza urlò. «Tranquilla, non farà tanto male.» Le tempie incominciarono a sanguinarle.

«Penseremo noi a te, non ti accadrà nulla di spiacevole.»

Mentre il vecchio premeva dei pulsanti, Tommy le strinse

le viti fino all’interno del cranio. L’ultima cosa che vide la ragazza, fu il suo sguardo denso di bramosa passione.

«Dopo voglio essere io il primo.»

 

 


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