Secondo capitolo. La ragazza si perde.

1. Risveglio

La ragazza si portò una mano sulla fronte a mo’ di visiera.

Davanti a lei si stendevano i colori di un panorama impressionante e vertiginoso. Rimase per un attimo senza fiato.

Maestose catene montuose si spiegavano dal luogo in cui si trovava, drappeggiate di colori caldi d’autunno. Foglie a cuore sedotte dal vento si lasciavano spogliare del colore primaverile e mulinavano per le valli e i pendii. Prosciugate dalle spire della passione, si adagiavano sui torrenti e sulle anse rocciose come ninfee di seppia, o seguivano il desiderio di un ultimo alito crepuscolare, per accartocciarsi nell’abbraccio solitario di un amante invisibile.

L’odore del muschio e delle bacche insidiava gli aghi verdi delle conifere, mentre la simmetria squamosa delle pigne si confrontava con la cera esagonale dei favi, spargendo semi alati per imitare la perfezione del volo delle api.

Un falco, vigile scrutatore dei cieli, calò sulla tana di un troppo curioso roditore, questa volta senza successo.

La ragazza ne seguì la picchiata e l’ascesa, sentì lo stridio di delusione, mentre il battito di un minuscolo cuore, fuggito nel mondo sotterraneo dei cunicoli, le risalì le caviglie con un tremito.

«Che cielo bellissimo…» mormorò.

Le parole le erano venute spontanee, scaturite dal riflesso che un raggio di luce stilla sullo specchio dell’anima. Era la prima volta che i suoi sensi coglievano un tale spettacolo, e non poté che rimanere affascinata dal tramonto terrestre della flora, e dall’azzurro che scacciava il bianco remoto delle nubi.

«Bellissimo…»

Poche sillabe che la commuovevano, che la facevano sentire parte della nobiltà del creato, come dissolta in quel cielo. E pur senza poter definire la sensazione che provava, la amò.

Poi fece qualche passo esitante, come se l’idillio della natura si potesse spezzare al primo rumore umano. Sentiva freddo, doveva trovare qualcosa per coprirsi. Camminò intorno a una sporgenza rocciosa. Per un attimo ebbe il presentimento che lì avrebbe trovato dei vestiti, ma non ne comprese il motivo. Non ricordava nulla, la sua mente era bianca come quella di un bambino che ha appena imparato a leggere ed entra in un’imponente biblioteca. Non sapeva dove andare, non possedeva nulla. Era sola nella natura, come una nuova Eva, immersa nell’ordine dell’universo come un pesce tra l’iridescenza di un corallo.

Attraversò l’ombra di un abete per andare a scaldarsi sotto il disco del sole. La luce era fredda, e più avanzava lungo il sentiero più sembrava farsi pallida. Dopo aver superato il letto di un ruscello in secca, notò un insolito tremolio all’orizzonte, come un’interferenza elettrica. Spostò una ciocca di capelli rossi dalla fronte e fissò la linea delle montagne. L’immagine si sfocò come l’aria sotto l’effetto di un grande calore. La ragazza sbatté le palpebre e osservò di nuovo, avanzando di qualche passo, fino al ciglio di un burrone. Il cielo ebbe uno strano tremolio elettrico. L’interferenza, agendo come fosse un taglierino ed emettendo un suono ruvido, tracciò un quadrato nel cielo. Poi il quadrato si aprì e il contorno divenne il perimetro di un buco di luce bianca, dal quale calò una scaletta a pioli.

Fu allora che il cielo si spense e le montagne scomparvero in una densa oscurità. La ragazza capì che nonostante l’illusione dei sensi, si trovava ancora nel complesso nel quale si era risvegliata. Spinta dalla paura generata dalle tenebre, corse oltre il ciglio del burrone, ora diventato una strana superficie gommosa, e si ancorò alla scaletta.

Salì e arrivò all’esterno, quello vero.

Si ritrovò immersa in una nebbia piuttosto fitta, di un biancore spettrale. Sulle mani e sui piedi le erano rimaste tracce di ruggine, segno che la scala ferrosa era rimasta a lungo esposta all’umidità.

Il terreno era scabro e roccioso. Pungeva i suoi piedi nudi. Rabbrividì.

Allontanatasi di qualche passo dalla scaletta, sentì due voci che si avvicinavano.

«Mi ricordo che era qui.»

«Sei sicuro di non esserti sbagliato?»

«Ho visto la scala in questo punto. La colpa è della nebbia se continuo a perdere l’orientamento.»

Erano due voci maschili, la prima acuta e giovane, l’altra matura e volgare.

La ragazza non sapeva cosa fare, si sentiva perduta in quella nebbia opprimente. Inoltre, provava un gran freddo.

Nell’ingenuità che non conosce la malvagità umana, pensò che quei due uomini la potessero soccorrere.

«Di qui, ora mi ricordo» disse la voce più vecchia.

«Speriamo» sospirò l’altra.

La ragazza sentì che il sentiero scricchiolava davanti a lei. In un attimo si trovò di fronte i due uomini, si erano fermati con le pupille dilatate dallo stupore.

«Scusate… mi sono risvegliata in una specie di macchina, qui sotto. Non mi ricordo nulla. Ho… bisogno di aiuto.»

I due uomini si guardarono. Quello più vecchio, un tipo calvo dai radi capelli bianchi e luridi, sorrise famelico.

«Puoi scommetterci, vieni con noi, ti spiegheremo tutto» disse fissandole il sesso e avanzando verso di lei.

«Grazie… ma io…»

La ragazza indietreggiò, impaurita dall’espressione animalesca dell’uomo. Il più giovane, che portava un grosso zaino di stoffa nerastra, si staccò dal suo compare, come se volesse chiuderle le fuga.

«Non avere paura, penseremo noi a tutto.»

Il vecchio sembrava una fiera che sbava di fronte a un capretto.

«Non…» mormorò la ragazza voltandosi per fuggire.

L’uomo più giovane le fu sopra in un attimo. La gettò sulle pietre umide e taglienti, ferendole i gomiti.

«Tocca prima a me, diritto di anzianità» gridò l’uomo vecchio afferrandole le braccia. Lei gridò con tutta la forza che aveva, cercando di liberarsi.

«Tappale la bocca.»

Il più giovane la voltò e le premette con forza un palmo sulle labbra. L’altro si stava slacciando i pantaloni di stoffa sbiadita.

«Ho fatto bene a portarti con me, questo è il nostro giorno fortunato!»

Il vecchio le aprì le gambe con violenza, e incominciò a possederla brutalmente.

Urla.

Lacrime.

Sangue.

Gli uomini continuarono spietatamente, a turno, sulle rocce gelide e affilate come lame. Il dolore le saliva dentro, la strozzava nell’intimo violato. La ragazza si sentì come prigioniera di un incubo, sospesa nella ferocia di un interminabile tormento onirico. Era vittima di una malvagità che urlava di non poter essere reale. Avrebbe voluto svegliarsi con la stessa brama che lampeggiava sui volti degli uomini, tuttavia, nel profondo del suo io, la consapevolezza nascosta nel seno inviolabile dell’innocenza le diceva che era quello il vero mondo, e che da lì non se ne sarebbe mai andata.

Non si sarebbe più svegliata.

Ora vedeva le cose nella loro primitiva sostanza: un grumo di tenebra e crudeltà, un verme profanatore della luce dei cuori che trafigge ed estirpa, che smembra e annulla.

Tutto era innominato: l’atto di quegli uomini, il fuoco dei loro occhi, i loro denti serrati dall’orgasmo e l’impeto della carne. Eppure, mentre la scuotevano selvaggiamente, mentre la realtà sprofondava nella bruma che le entrava nei polmoni e la chiamava all’incoscienza, la ragazza non poté che aggrapparsi al mondo di bellezza che aveva visto poco prima e, amandolo di nuovo, ripetersi: «Che illusione… che illusione bellissima…».

 

 


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