Primo capitolo della prima parte: “Noi vivremo di nuovo”.

 

1. Risveglio

L’unico suono nella stanza era il gocciolio della condensa che grondava dalle pareti d’acciaio. Scivolava sommessa rigando il tetro metallo in lunghe dita piangenti. La luce che vi si rifletteva non aveva sorgente percettibile, ma apparentemente scaturiva dalle molecole dell’aria stessa, con sobrie variazioni d’intensità.

La condensa era fredda, interrotta da tenui fenditure nell’acciaio, eppure, in quelle gocce riverberava la sensazione di qualcosa di felice e compiuto, come il vapore che si deposita sui vetri di una cucina, dopo aver bollito la pasta per parenti e amici. Qualcosa di straordinario era accaduto.

La ragazza lo intuì subito quando si svegliò.

Era nata di nuovo.

Tuttavia non ricordava nulla prima di quel momento, per lei il mondo iniziava adesso, scaturito dai suoi occhi di giada, dalla rigenerazione interna della sua coscienza, immobile prima del risveglio.

La camera era piccola e umida. Il letto era un materassino bianco di pochi centimetri che spuntava dalla parete liscia e squadrata. Toccandolo sembrava ricoperto di seta. Alla ragazza parve famigliare, come se fosse stato il suo letto da sempre.

Si alzò poggiando le piante dei piedi su una distesa di piastrelle pentagonali luccicanti come specchi. Era nuda, ma non sentiva freddo. Fece qualche passo verso la parete di fronte. Si sentiva il corpo leggero e riposato. Nella mente iniziavano a fare capolino alcune domande, come i primi fiori che sbucano dalla neve, ma senza fretta, come intorpidite dal sonno. Poi le idee iniziarono a ruscellare come chicchi di grano che scendono in una macina. Ogni domanda si polverizzava in mille interrogativi. Tutti avevano un unico sapore: “Perché?”. Poi un grano più duro e più urgente inchiodò la macina: “Come uscire da quel posto?”.

La ragazza era tranquilla, non conosceva il significato della fretta, il gemito di chi rincorre il tempo: era pervasa da un senso di placidità e spensieratezza. Raggiunse la parete e vi posò il palmo della mano. Il pulsare del sangue la riscaldò come una piccola fiamma. Quando il calore si trasmise alla parete, questa s’incrinò come la lastra sottile di un lago ghiacciato, per poi sfaldarsi in tante tessere scure.

Davanti a lei si aprì un locale immenso, ricolmo di macchinari di ogni tipo. Bracci meccanici pendevano dal soffitto incrociandosi gli uni agli altri. Alcune travi, con imperniati giganteschi ingranaggi, incombevano su tavoli affollati di strumenti di misura, di lenti, di ampolle, di tubi ritorti, fiale, marchingegni indefiniti dalla forma bizzarra, frese, ruote dentate, cinghie, motori, fornelletti. Lungo le pareti erano fissati tubi di diverse dimensioni e forme. Alcuni erano zigrinati, altri scanalati con la stoppa e il grasso che spuntavano dalle giunture, altri ancora erano squadrati, tenuti insieme da saldature evidenti e posticce. Un tubo, a destra, s’innalzava come una colonna, perdendosi nello spazio di un soffitto irraggiungibile. Osservandolo più attentamente, si accorse che non era un unico cilindro, ma che era formato da un fascio di cilindretti più piccoli, di diverse dimensioni.

Erano cavi elettrici che salivano dalla profondità della terra e si diversificavano come rami tra i livelli più alti.

La ragazza non afferrava il senso di quello che giaceva davanti ai suoi occhi, tranne la sconvolgente immobilità e l’onnipresente abbandono che urlava in ogni singolo granello di polvere.

Passò tra i dispositivi come uno spettro, con un braccio urtò un arco arrugginito al quale erano appesi dei piombini che si misero a dondolare come pendoli, tintinnando: campane di una festa mai esistita. Con la mano colpì una boccetta di vetro su un ripiano. Si infranse a terra e liberò un gas violetto che odorava di mirtillo e muffa. Alcuni frammenti di vetro caddero in una grata, scomparendo in un pozzetto simile al sifone di una doccia. Dal soffitto si mise in funzione un vecchio aspiratore. La ventola arrugginita strideva, evocando ovunque la melodia scordata del buio.

La ragazza continuò a camminare, entrò in un corridoio che la portò in un’altra stanza, in un altro enigma, e poi in un passaggio illuminato da sottilissime piastre incastonate lungo le pareti in tasselli di lucente cobalto. Visitò quelli che sembravano essere laboratori, mense, depositi, dormitori, cucine; salì rampe che sembravano messe lì senza alcun senso logico, come se il vento avesse sfogliato le pagine della struttura mentre il progettista era immerso in un sogno surreale. Su alcune pareti c’erano delle scritte, cartelli scardinati e graffi ovunque. Sotto un corrimano stava appiccicata una gomma da masticare, in un angolo la muffa ricopriva un cesto di pane che poteva essere lì da millenni. Da alcuni bocchettoni colava una melassa maleodorante.

La ragazza passava di stanza in stanza, lasciando ogni ambiente alla sua quieta imperturbabilità. Si sentiva fuori posto, come una caramella di zucchero in un’austera biblioteca: il gesto indiscreto che reclama il sole, e che si può solo consumare di nascosto, nell’ombra.

La polvere aveva isolato l’essenza delle cose come una pellicola acrilica, un fissativo che cronometra l’immobilità con il metro ozioso dell’inerzia.

A un armadietto d’alluminio simile a centinaia di altri stava appesa una piccola pietra con un foro nel centro. La ragazza la toccò e dal foro scaturì un fascio luminoso. Si materializzò un viso tridimensionale di un malinconico color seppia. Era una donna con i capelli troppo biondi per essere reali, e le guance troppo segnate per sorridere. Sembrava sul punto di dire qualcosa, ma la cristallizzazione della foto tridimensionale non le aveva dato il tempo di schiudere le labbra. Eppure, se il disco fotografico avesse continuato a proiettarla, forse la ragazza avrebbe potuto udire qualcosa: un ringraziamento, un sussulto, un gemito… ma in una flebile intermittenza la luce si spense, come era scaturita, e il suo ricordo si perse di nuovo abbandonato sul gancio di quell’armadietto senza nome.

La ragazza non aveva paura del mondo che prendeva forma oltre la cornice del suo sguardo, e nonostante l’oppressione del luogo, sentiva in sé come il monito di un dio, le parole di un pittore che invitano ad abbattere il mondo soggettivo per uscire dal dipinto. Procedeva come una sonnambula, ipnotizzata.

Mentre risaliva uno dopo l’altro i livelli del complesso, enormi macchinari e intricati meccanismi sfilavano in tralice. Ogni metro era qualcosa che perdeva e guadagnava, era un’onda, un sentimento nostalgico che le fasciava il seno.

Dopo un tempo interminabile giunse in superficie, e il senso di allucinazione cessò.

La luce alla fine della galleria la abbagliò. Rabbrividì all’irresistibile tentazione di immergersi correndo in quell’oceano di sacra luminosità, così agognata nella lugubre sterilità del complesso sotterraneo. L’uscita sembrava la porta di accesso su un nuovo universo: rami di piante rigogliose s’insinuavano nel portello scardinato, proseguendo all’interno e scivolando sui graffi e sulle ammaccature delle pareti.

La ragazza superò l’imboccatura e scese alcuni gradini consumati dalle intemperie. Finalmente i suoi piedi poggiarono su finissimi fili d’erba verde.

Trasalì…

…era soffice.

 


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