Qui puoi leggere l’inizio del romanzo e della visual novel. Questo “capitolo zero” è leggermente inusuale perché è scritto in seconda persona, mentre il resto del libro è scritto in terza. Spero ti piaccia.

 

Prologo

Un faro di luce candida: un’alba accecante schiude i sensi come petali.

«È una bambina, una bella bambina!»

Panni ruvidi sfregano la pelle, un gusto di disinfettante raggrinza il rosa delle gengive.

«Ah… fate… fatemela vedere…»

«Solo un momento, signora.»

Guanti di gomma ti afferrano e ti portano via. Ti passano davanti frammenti d’immagini in bianco e nero, scie sfocate di superfici asettiche e strumenti medici. Flash che ti fanno lacrimare gli occhi, non abituati alla vita: lampi d’acciaio, echi di parole incomprensibili.

«Mi sento… morire…»

«Tranquilla tesoro, ci sono io con te.»

«Ma… perché non la sento piangere? Perché non piange?» Il mondo si capovolge su un fruscìo di ovatta.

Il primo respiro è freddo, l’ossigeno scivola dentro gli alveoli: racchiude le molecole di miliardi di uomini vissuti attraverso i secoli. Il loro peccato s’insinua nei battiti accelerati del tuo cuore, la loro fierezza nelle fibre contratte dei tuoi muscoli, l’imperativo della vita nei tuoi timpani.

«Eccola! La senti?»

Il pianto: è il suono dell’attrito con l’esistenza, l’intenso propagarsi di un nuovo ego; è l’interferenza tra le onde della gioia e il sacrificio, che in un piccolo punto, genera l’universo.

Le lenzuola frusciano e la ruota di un carrello cigola. I tubi dei respiratori conducono il bip degli elettroni sugli elettrodi del cuore.

Due mani si stringono, poi diventano tre.

«Com’è piccola… quanti capelli ha… guarda, rossi… che bellezza…»

«È la nostra bambina.»

Ti senti di nuovo sicura. L’ala di cigno della mamma ti copre con le sue penne.

«Come la chiamerete?»

Occhi umidi di felicità ti contemplano, sospirano sull’incedere e il trionfo di una nuova anima.

«Il suo nome sarà…»

***

«Amore. Vieni tesoro, vieni dalla mamma.»

Fai qualche passo esitante, traballi, cadi sul pannolone con un tonfo. Poi ti rialzi, è questa la tua forza.

Le mani forti di tuo padre ti aiutano nel viaggio verso un’ape di plastica colorata. La moquette azzurra ti pizzica dolcemente i piedini nudi.

«Brava, vieni, vieni.»

Una gioia incomparabile scia sul bianco petto di un pinguino di peluche. I tuoi genitori sono giovani e raggianti. Non c’è nulla che possa toccarti, nulla che possa farti del male.

Come un funghetto, come un piccolo seme all’ombra di una grande quercia, protendi le tue mani verso l’abbraccio della mamma, cadi nell’infinito bene che ti vuole.

«Eccola qui» sorride, ti fa qualche verso ridicolo.

Ti bacia, ti accarezza, poi ti sposta lontano, vicino a un morbido tricheco. Sei di nuovo da sola. Ti chiedi perché, ma conosci già la risposta: nel mondo che ti aspetta, non ci saranno mani pronte a prenderti.

***

«L’ho vista prima io, ridammela!»

«No, è mia!»

Due bambine si contendono una bambola riccioluta. La maestra è troppo lontana per intervenire. Tu le guardi, ti rassicuri dicendoti che a casa ne hai una uguale, anzi, più bella, ritirata con cura in una scatola, infilata tra le cose preferite nel cassettone della tua cameretta.

È l’intervallo.

Ti fai largo tra i banchetti e le seggioline verniciate di verde acqua. Sgusci tra il vociare argentino dei bambini durante l’intervallo. Stai giocando a nascondino. Per te è tutto un gioco, una scoperta. Dalla finestra aperta filtra un profumo di gelsomino, scivola tra i capelli di una bambina e sul suo grembiulino bianco.

Esci nel corridoio. Sembra enorme. Passi davanti agli armadietti. Ognuno ha un adesivo per distinguere i bambini. Il tuo è un triciclo accanto a una palla, quello della tua migliore amica è un topolino dalle grandi orecchie. Tu la stai cercando, si è nascosta da qualche parte e devi assolutamente trovarla. Devi vincere, perdere significa piangere.

Corri verso i bagni, dove gli altri bambini si stanno lavando i denti. Chiedi dove si trova la tua amica.

«Non posso dirtelo» dice uno mangiando un po’ di dentifricio al gusto albicocca. Ma un altro ti sta già facendo un segnale, con l’indice ti indica un bagno chiuso, con un’espressione di sorniona complicità. Da sotto la porta spuntano delle ciabattine.

«Trovata!»

La tua amica rimane con la bocca aperta, si spaventa. «Non vale, te l’hanno detto, sono delle spie.»

Le viene da piangere e, allo stesso modo, anche se tu l’hai trovata e hai vinto, non ti senti felice, perché è come se l’avessi ferita.

Perché quando nella vita qualcuno vince, qualcun altro deve perdere?

***

«Sono usciti i cartelloni dei voti.»

«Allora?»

«In seconda ginnasio ne hanno bocciati tre, avremo dei nuovi compagni.»

Non sei contenta, speri che qualcuno si trasferisca in un’altra scuola, non vuoi che persone estranee entrino nel tuo gruppo, soprattutto ragazze con un anno in più. Il perché sta camminando tra le colonne di granito, poco vicino. Indossa un paio di jeans e una maglietta nera con raffigurate rose e armi da fuoco. Dà una pacca sulla spalla di un amico, scambia qualche stretta di mano.

Viene da te. Ti guarda con occhi penetranti. Sei affascinata dal suo mento volitivo, dalla linea aggraziata del suo collo.

«Ciao» ti saluta.

Borbotti qualcosa, arrossisci vividamente.

La compagna che sta con lui emette un risolino, incapace di trattenersi. Non è che un’oca in compagnia di un dio.

«Hai visto i voti?»

«S-sì.»

«Come sono andato?»

«Io…? Tu? Ehm… benissimo, hai anche un otto.»

«Fa’ vedere!»

Lui va verso le vetrate che separano le griglie dei voti definitivi dal mondo esterno. Apre le mani e le appoggia sul vetro. Quando le stacca, il sole ne rivela per brevi istanti l’impronta di vapore. Sembra un fossile di luce. Lui fa una battuta. È spiritoso, e questo è il motivo principale per cui ti piace.

La sua compagna ti molla un’occhiata, si accorge che lo stai guardando, scoppia a ridere di nuovo.

L’imbarazzo passa il testimone alla furia. Tu non sei una debole, stringi i pugni, decidi che quella è l’occasione giusta per fare il passo decisivo. Devi invitarlo alla festa di fine anno.

«Ascolta…»

«Sì?» lui si gira e ti fissa in attesa. Basta uno sguardo al suo viso per far svuotare la tua mente come il telone di un cinema al termine della proiezione. Non trovi più le parole, mendichi qualche sillaba sconnessa nel deserto della grammatica.

«Ecco, io… volevo invitarti alla festa, cioè, mi piacerebbe che tu mi accompagnassi come… compagno…» la tua voce è tremante.

Lui scuote il capo impercettibilmente, ma quel gesto ti frantuma come una statua di gesso.

«Mi dispiace, ma mi ha già invitata un’altra.»

Te ne vai a capo chino, non ti volti, ti senti stupida e frustrata. Esci dal portone evitando gli sguardi, speri che lui ti chiami di nuovo, ma non lo fa. Improvvisamente senti che il mondo non ha più nulla da darti, che i voti hanno perso di valore, che l’aria è diventata pesante, i colori opachi. Cammini per strada e monti il fallimento come un paraocchi. Nella tua mente questa scena e il suo esito così avvilente si ripetono in un ciclo senza fine.

Poi, un ragazzo ti sfiora con il braccio. Rimane immobile e sembra volerti dire qualcosa. Non ci fai caso e tiri dritta, ignorandolo.

Scompari all’incrocio: lui continua a fissare il punto

in cui un grosso camion oscura la fiamma dei tuoi capelli. Cerca la scia del tuo profumo con i tuoi stessi sentimenti nel cuore, le stesse parole timide parole sulle labbra, uccise dalla tua tristezza.

***

«Oggi è un giorno felice, dobbiamo brindare!»

Tuo padre solleva il bicchiere di spumante. Gli occhi dei parenti e degli amici seguono l’ascendere delle bollicine dorate.

«Nella nostra famiglia è la prima laureata. Quando è venuta da me e mi ha detto: “La prossima settimana discuterò la tesi”, ho pensato: “Incredibile, sono già passati così tanti anni, mi sembrava ieri che la portavo all’asilo per la prima volta”. Ma la vita è così, e noi abbiamo la nostra dottoressa.

Congratulazioni!»

«Congratulazioni!» gridano gli invitati.

Tu esulti di gioia, ti sei finalmente tolta una roccia dalle spalle. Cinque anni di notti passate a studiare, di sudore, di fogli scarabocchiati, di denti stretti per non mollare. Alla fine però ce l’hai fatta. Prendi un confetto rosso e ti metti a succhiarlo, prima che tua madre ti abbracci. Tra i suoi capelli ci sono dei fili bianchi.

«Quanto sei cresciuta, tesoro.»

Guancia contro guancia senti un poco di umido. Il suo animo sensibile non è riuscito a trattenere lacrime di gioia. Il suo viso è orgoglioso e raggiante come il tuo. La tua felicità è la sua.

Vorresti guardarla ancora un poco, ma un tuo amico arriva con la macchina fotografica e incomincia a scattare foto.

Zii, cugini, amici occasionali, confidenti e conoscenti, tutti desiderano entrare nell’obiettivo per mostrare un sorriso disinvolto e affettuoso, magari mai regalato alla famiglia, al proprio marito o alla propria moglie.

Non ti piacciono le foto: le reputi ipocrite come commedie teatrali, perle sintetiche sul filo di una vita che ha molti più colori preziosi e meritevoli di essere apprezzati. Ti stupisci di come la gente preferisca sempre l’artificiale al naturale.

Vai in giardino per prendere una boccata d’aria. Il tuo fidanzato ti raggiunge. Vi siete conosciuti due anni prima, senza che l’uno cercasse l’altra. Così, per caso e senza spiegazione, come avvengono tutte le cose magiche.

«Che cosa farai adesso?»

«Be’, il mio primo proposito è di fare una bella vacanza.»

«E dopo?»

Cammini strusciando i piedi sull’erba. Ascolti il tubare delle colombe nascoste fra tegole e grondaie. Non vuoi pensare al dopo.

«Si vedrà.»

Lui ti afferra il braccio, capisci che vuole dirti qualcosa d’importante.

«L’altro giorno ho visto che leggevi una lettera. Poi l’hai accartocciata e buttata nel cestino.» “Allora sa”, pensi.

«E tu l’hai raccolta.»

«Scusami, pensavo che mi stessi nascondendo qualcosa di brutto, sono uno stupido.»

Rimani in attesa, aspetti sia lui ad arrivare al punto.

«Ho letto che era una proposta per andare a lavorare all’estero, presso una grossa azienda.»

«Sì, ma non ci voglio andare.»

Lui si ferma, qualcosa si è rotto nell’incerto meccanismo del futuro, è necessaria una correzione di rotta.

«È un’occasione d’oro, ben pagata, perché non t’interessa?»

Tu lo guardi.

«Lo faccio per noi, non me la sento di lasciarti.»

«Ma saranno solo sei mesi. Dammi retta, pensaci, non voglio che tu mi metta davanti a un’opportunità come questa.»

«Non lo so.»

Parlarne ti fa male, non ti aspettavi che lui fosse d’accordo a separarsi da te.

«Promettimi che ci penserai.»

«Va bene, ci penserò.»

***

L’aereo era atterrato con un’ora di ritardo. Non importa, le vacanze sono vacanze. Appoggi i piedi su una sdraio, li liberi dalla sabbia rovente.

«Finalmente siamo riusciti a fare una vacanza insieme. Non è stato facile trovare i giorni giusti.»

Tuo marito indossa un cappello di paglia e un paio di occhiali che lo fanno assomigliare a una star hollywoodiana.

«Ho dovuto chiedere le vacanze anticipate e rimandare il prossimo viaggio di lavoro, ma sai che ti dico, che vadano tutti in malora!»

Il cielo è di un azzurro come non l’hai mai visto, e gareggia in brillantezza con il verde e il blu del mare. Dietro di te gli hotel multipiano seguono la costa come una muraglia, sui tetti sono in funzione i condizionatori.

«Meno male che i miei si sono offerti di tenere le bambine, anche se un po’ mi mancano.»

«Anche a me» confessi, mentre le tue due figlie ti balzano alla mente in un’indefinita scena casalinga. Quando pensi a loro, una forza invisibile porta la tua mano verso il seno, appena sotto lo sterno. È come se parte di loro fosse ancora lì, e nello stesso tempo come se una parte di te se ne fosse andata e ne sentissi la mancanza.

«Questa sera le chiamiamo.»

Appoggi sulla sabbia il libro che hai tra le mani, ripiegando l’angolo dell’ultima pagina letta. Socchiudi gli occhi e ascolti il vento frusciare tra i minuscoli granellini della spiaggia. È il mondo che a poco a poco sfarina, e anche tu ti senti un poco trascinare via nella dolcezza dell’ozio. Ultimamente hai lavorato tanto che ti sei dimenticata come ci si rilassa.

«Questa sera ci sarà il grande buffet di benvenuto. Temo che mi rimpinzerò.» Tuo marito ultimamente è un po’ ingrassato, e anche tu hai perso la linea.

«Ci sarà l’imbarazzo della scelta.»

«E quello di averla fatta.»

Segui il volo bianco di un gabbiano, libero nella volta interminabile del cielo.

«Già, il punto è fare la scelta giusta.»

***

«Buon compleanno a te, buon compleanno a te, buon compleanno mamma, buon compleanno a te!» cantano le ragazze. Tu soffi sulle cinquanta candeline della torta. Lentamente, nell’applauso sale un odore di zucchero e cera.

«Dovete tirarle le orecchie, ha festeggiato con le colleghe di lavoro prima che con noi.» dice tuo marito, fintamente imbronciato.

«Sai che divertimento, mi hanno cantato l’inno di benvenuto nella mezza età.»

Tua figlia minore toglie le candeline dalla torta e incomincia a tagliarla. Sono triangoli di pan di Spagna e crema chantilly. Sulla tua porzione, la più abbondante, mette una grossa fragola. Un motivo in più per apprezzare la tua età, quando eri bambina non esistevano fragole così grandi.

«Allora questa è per la mia mamma di mezza età» dice tua figlia porgendoti il piattino, con una punta d’ironia.

«Ma chi vi ha educato? Vostro padre? Non si ribadisce mai l’età a una signora.»

«Tranne che nel giorno del suo compleanno.» dice tuo marito con la bocca piena di torta.

«La mezza età è quando smetti di crescere alle estremità e cominci a farlo nel mezzo.» recita l’altra tua figlia, tanto per continuare a stuzzicarti. Tu ti metti a ridere, era assolutamente vero.

«Però» commenti furbescamente «arrivare a cinquant’anni e dire di essere di mezza età significa essere ottimisti, o non saper proprio fare le moltiplicazioni.»

«Mamma, tu vivrai cent’anni!» ti augurano di cuore le tue figlie.

«Spero di non arrivarci rotolando» e con una certa decisione addenti la grossa fragola. È bella da vedere, ma non sa di niente.

***

Le tue figlie sono sedute sul divano del salotto. Aspettano il tuo ritorno. Da quando si sono sposate, a ogni visita tutto sembra loro più vecchio, come se fosse coperto da un alone antico, color seppia. I quadri, l’attestato di laurea, le vecchie foto le osservano dal passato: sembrano appartenere a un’epoca che non è più tua, che forse non è mai esistita. C’è un odore di stantìo sui mobili, tuo marito non ti aiuta più a fare le pulizie come una volta. È stanco, si dimentica le cose.

Tua figlia maggiore sta allattando il tuo secondo nipote, è diventata una donna alquanto preoccupata, ha ereditato la natura ansiosa della nonna.

«Ce la farà a superare il test?»

«Non credo» risponde l’altra. «Ieri ho provato a farle leggere i cartelloni dall’altra parte della strada, li ha guardati come se fossero a un chilometro di distanza. Gli occhi dietro i fondi di bottiglia appoggiati sul naso sembravano due capocchie di spillo.»

Il bambino si dimena e sua madre sospira.

«Forse è meglio così. Se le rinnovassero la patente, sarebbe un vero pericolo stradale.»

«Bah, ma non se ne rende conto di quanto è diventata lenta? Secondo me dovremmo farla ricoverare; ci sono delle cliniche specializzate…»

«Non dire così, se ti sentisse papà.»

«Papà è sordo.» la ragazza ride. «Dai, sono due cariatidi, è meglio per loro se li facciamo ricoverare in qualche casa di riposo. E poi almeno non dovremo continuare a soccorrerli se non riescono ad alzarsi dalla poltrona.»

La donna stacca il bambino dal seno e solleva il capo, attenta come una lince.

«Ho sentito un rumore, credo sia arrivata.»

Apri la porta e appendi la sciarpa all’appendiabiti. Lo specchio del disimpegno riflette una faccia rugosa e sciatta, una pelle cedevole che mille creme non sono riuscite a curare. Anche i capelli sono in disordine. Il loro colore rosso tanto apprezzato in gioventù è scomparso, e non riesci più a pettinarti come una volta, ti sfugge sempre qualche ciocca. È come se si materializzassero dopo che hai appoggiato la spazzola, proprio dove tu non vorresti.

«Mamma, com’è andata?»

La voce arriva dalla sala, le tue figlie non si degnano nemmeno di venire a salutarti come si deve. Bene, decidi di non rispondere, tanto non c’è nessuna notizia da dare.

«Mamma?»

Sfili il foglio con la scritta “respinto” dalla tasca del maglione e lo butti nel cestino con faticosa svogliatezza. Incominci a salire le scale: scricchiolano come le tue ossa.

Tua figlia minore arriva ai piedi della scala quando sei quasi di sopra. I piedi ti fanno male e hai solo voglia di distenderti.

«Mamma!» grida pensando che tu sia sorda. «Hai superato l’esame?»

Una sensazione di frustrazione ti irrigidisce i nervi. Continui a salire le scale, lentamente, silenziosamente. Lei non osa più domandare. Senza dire nulla si è innalzata una barriera. L’ultimo barlume di rispetto per te la spinge a ritornare in sala, le fa capire di non violare la tua costernazione.

Ormai sei inutile, accettare la verità è troppo doloroso.

La figlia più piccola guarda la più grande, entrambe scuotono il capo. Poi sentono una porta che sbatte di sopra. Nessuno può vederti mentre piangi in silenzio.

***

«Il battito è molto debole, non credo che supererà la notte.» I tuoi occhi sono semiaperti, i tuoi pensieri semichiusi. Sei distesa su un letto d’ospedale. Le tue figlie ti tengono la mano. Carezzano le vene evidenti, contemplano il polso da cui parte il tubo della flebo, la pelle tumefatta.

Tu non avverti più nulla tranne un grande sconforto, un abbandono, una distanza. Tutte le persone che hai conosciuto durante la tua vita se ne sono andate. Sei rimasta l’unica, senza volerlo. La vita è stata una lunga condanna di umiliazioni e solitudine. Vorresti dire qualche parola, ma non avverti più le tue labbra. Sei in un limbo, in una veglia appannata che attende la fine.

Tua figlia più grande ha in mano un rosario, un lascito di tuo marito. Non dice nulla, vive il suo dolore in silenzio.

Aspetta che tutto finisca.

«Dottore, crede che possa sentirci?» dice la minore.

«È possibile, ma non posso affermarlo con certezza.»

La macchia sfocata del suo viso si avvicina. Aveva un profumo, ma non lo ricordi più, aveva un nome, ma nemmeno quello è rimasto. Senti solo che è lei, che è lì in quel momento, come una presenza, un fantasma del mondo dei vivi.

«Mamma, fatti forza.»

Sono parole dense, suoni di emozioni sepolte che non si possono esprimere, di un amore infantile che per vergogna non si riesce più a manifestare.

«Mamma…»

Due deboli sillabe intercalano il suono prolungato e acuto dei macchinari. Ti prende la mano. Il candore delle sue dita si sfuma con le tue vene scure, con il prolungamento della flebo incerottata al polso.

«Il respiro si sta facendo rantolante.» Il medico ti punta una luce sulle pupille.

«Non c’è più risposta…»

Esali l’ultimo respiro: è un singulto, un singhiozzo, come se tutto per un attimo rimanesse sospeso, come in sogno.

«Mi dispiace, se n’è andata…»

Le parole si mescolano al pianto delle tue figlie. Tutto si

fa remoto, tutto diventa confuso. Un cono nero cancella ogni cosa, l’avviluppa, la divora con le fauci dell’oblio trascinandola giù. Avverti che stai sprofondando nella calma del nulla, sempre più a fondo, sempre più lontano.

 


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